Chi è il sindaco francese molto figo che fa tremare il partito socialista

Giovane, blairista, bello e audace: Manuel Valls, sindaco di Evry e deputato all’Assemblea nazionale, ha lanciato la sfida all’establishment socialista francese, ripiombando il Ps nella crisi che lo perseguita dalla disfatta dell’ex premier Lionel Jospin alle presidenziali del 2002 ed è stata aggravata dalla “ouverture” di Nicolas Sarkozy. “Cambiare o morire: il dilemma della sinistra francese” è il titolo di un intervento di Valls ieri sul Financial Times.
4 AGO 20
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All’indomani della pesante sconfitta del Ps alle elezioni europee del 7 giugno – meno del 17 per cento, alla pari con i Verdi di Daniel Cohn-Bendit – Valls aveva osato dire che “occorre rigenerarsi, cambiare metodo, cambiare direzione, cambiare generazione, cambiare programma. Occorre cambiare nome” perché “la parola socialista non vuole dire più nulla”. Per Aubry, invece, i panni sporchi si lavano in casa, dietro le porte chiuse della sede del Ps, dove è in corso la “riflessione” post sconfitta. “Mio caro Manuel, se si tratta di suonare il campanello d’allarme rispetto a un partito a cui tieni, allora devi cessare queste dichiarazioni pubbliche. Se le dichiarazioni riflettono nel profondo il tuo pensiero, allora devi trarne pienamente le conseguenze e lasciare il Partito socialista”, aveva intimato la segretaria. “Cara Martine, ti informo che intendo restare fedele alla mia famiglia politica”, è stata la risposta di Valls. Ma “non farò il complice silenzioso dell’accecamento”.
Da una settimana gli elefanti, i dirigenti, i parlamentari e gli ex socialisti si lacerano sul caso Valls. Secondo Jack Lang, l’ex ministro della Cultura di François Mitterrand che flirta con l’apertura sarkozista, “il Ps è diventato un albero secco”. Per il filosofo Bernard-Henri Levy, “la sola cosa certa è che il partito che fu di Blum e Jaurès sta perdendo ciò che gli restava di anima e deve scomparire”. Ieri, consensuale e ambigua come sempre, Ségolène Royal ha apportato il suo “sostegno a tutti i socialisti, tra cui Martine Aubry”. I deputati del Ps hanno approvato un appello per dire “adesso basta”. Julien Dray, l’ex portavoce di Royal finito in guai giudiziari per aver utilizzato a fini privati i fondi di una sua organizzazione, ha denunciato “il dilettantismo” di Aubry. Un altro giovane leone, Arnaud Montebourg, ha spiegato che “non si può conservare un partito caduto nella formaldeide”, dimenticandosi che è stata Aubry a salvarlo dal dimenticatoio affidandogli l’incarico di responsabile del rinnovamento, dopo aver rischiato di perdere il seggio alle legislative del 2007.
Jean-Marc Ayrault, presidente del gruppo all’Assemblea nazionale, gli ha risposto di averne “abbastanza delle attitudini morbide”: meglio sbattere fuori i dissenzienti. “Aubry ha fatto atto di autorità”, spiega l’editorialista del Monde Michel Noblecourt. “Ma l’autorità non basta a nascondere la mancanza di leadership. Questo problema è così ricorrente dal 2002 (quando Jospin venne sbattuto fuori alle presidenziali dal candidato dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen, ndr) che nel Ps si è imposta la legge della giungla”. Tutti contro tutti, con tradimenti e cambi di campo tanto repentini quanto abituali: “Il ballo degli ego assomiglia a una danza di guerra”.
L’analisi di Valls vale per il Ps e per buona parte dei socialisti europei. “Essere di sinistra, troppo spesso, significa voler ricostruire in modo identico ciò che è stato distrutto senza mai considerare la portata positiva delle evoluzioni in corso”, ha scritto sul Ft. Basta con “l’antisarkozismo primario che è una strategia mortale per la credibilità della sinistra”. E basta con “la furiosa e astratta denuncia del capitalismo”. Per il blairiano Valls, di fronte alla crisi, la sinistra deve “cercare di trasformare ogni cambiamento in un’opportunità”.
Tutto il contrario di ciò che sta facendo il Ps che, disfatta elettorale dopo disfatta elettorale, congresso rifondatore dopo congresso rifondatore, continua a rinviare il rinnovamento ideologico – la parola “socialdemocrazia” è ancora tabù, il capitalismo è l’origine dei mali – e di leadership – Aubry, Royal, Jospin, Lang e l’ex segretario François Hollande, sono cresciuti sotto Mitterrand. L’apertura di Sarkozy – l’arrivo al governo di personalità della sinistra come Bernard Kouchner, Jean-Marie Bockel, Fadela Amara e Martin Hirsh, la nomina di Dominique Strauss-Kahn al Fondo monetario internazionale, e la scelta di Michel Rocard, Hubert Védrine e Jacques Attali per guidare le “missioni di riflessione” – ha definitivamente destabilizzato un Ps incapace di riprendersi.
Anche Valls è stato corteggiato dalla “ouverture”. In un viaggio comune in Marocco nel 2004, l’allora ministro dell’Interno Sarkozy gli disse: “Manuel, vedrai. Un giorno ti proporrò di lavorare con me”. Nel giugno 2007, il nuovo presidente della Repubblica mantenne la promessa. Valls rifiutò, ma si convinse che, “contrariamente alle apparenze, Sarkozy non è soltanto un uomo che parla molto, ma qualcuno che segue una strategia, pensata da lungo tempo”. Imparata la lezione sarkozista, ora Valls prepara la sua strategia in vista delle presidenziali del 2012.